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La disinflazione

Nel medio periodo l’inflazione è un fenomeno esclusivamente monetario come abbiamo visto qui t=gmt-gyt): se lo stock reale di moneta aumenta più dell’output ne deriverà inflazione. Consideriamo ad es. il caso della Gran Bretagna che, sotto il governo della signora Thatcher, ridusse il tasso di inflaizone dal 19,1% del 1980 al 5,8% del 1985 mentre la crescita della base monetaria passò nel periodo 1979-1981 dal 12,1% al 2,6%: si trattò evidentemente di una cura draconiana e ci furono delle ovvie conseguenze in termini di disoccupazione.

La relazione di Phillips infatti evidenzia come esista un trade-off tra inflazione e disoccupazione:

πt– πt-1=-α(utun)

l’inflazione può scendere (disinflazione) solo a costo di una disoccupazione superiore al suo tasso naturale. Vi è però un’ implicazione ulteriore: non gioca nessun ruolo infatti la velocità del processo di disinflaizone. Esso potrà durare 1, 2 o 10 anni ma la quantità di disoccupazione derivata sarà sempre la stessa, ne cambierà di conseguenza solo la concentrazione in archi temporali diversi.

Appare evidente però che l’impatto sul livello di output è direttamente proporzionale alla deviazione della disoccupazione dal suo tasso naturale e questo per la nota legge di Okun

ut-ut-1=-β(gyt-g*y)

Ecco che quindi il processo disinflattivo va gestito con perizia in quanto presenta forti effetti collaterali.

Se definiamo, con espressione anglosassone, sacrifice ratio il rapporto tra eccesso di disoccupazione cumulata e riduzione dell’inflazione per un determinato periodo, possiamo ottenere un indice che ictu oculi ci dà una dimensione  della sacrificio che uno Paese debba sopportare per ridurre l’inflazione. Riportiamo una tabella come al solito presa da Blanchard (Macroeconomics, 2010 pag. 222)

sacr rato

Guardando il sacrifice ratio dell’ultima colonna notiamo come la performance della Gran Bretagna, considerata globalmente, quindi anche con la disoccupazione, non risulti essere proprio tra le più brillanti soprattutto se confrontata con quella di economie molto diverse come USA e Giappone.

Non sono mancati però economisti che hanno criticato il tradizionale trade off tra disoccupazione e inflazione. Robert Lucas e Thomas Sargent dell’Università di Chicago, in quella che è ormai conosciuta sotto il nome di “la critica di Lucas”, sostennero che la curva di Phillips presupponeva erroneamente l’eguaglianza tra inflazione attesa e precedente: πett-1. Per quale motivo invece i wage setters, i sindacati, coloro che stabiliscono i salari, non dovrebbero tener conto delle azioni di politica economica? Se ad es. πet fosse minore di πt-1 perchè la banca centrale sta ponendo in essere una credibile azione di contenimento della crescita di base monetaria, allora si potrebbe avere disinflazione senza aumento del tasso di disoccupazione.

Lucas e Sargent noncredevano in realtà che non si sarebbe in assoluto prodotta disoccupazione ma volevano rimarcare come una credibile politica monetaria (cioè sostenuta dalla fiducia circa gli impegni presi dall’autorità di politica monetaria) potesse aiutare nel processo di disinflazione limitando di molto l’incremento disoccupazionale.

Non erano della stessa opinione Stanley Fisher e John Taylor, rispettivamente della MIT e della Columbia University che facendo leva sulle rigidità nominali nella determinazione dei salari, evidenziavano un meccanismo che, anche in presenza di politica monetaria restrittiva, non comportava una diretta riduzione dell’inflazione.

Infatti i salari sono negoziati non di continuo ma ogni x periodi. Quand’anche venisse intrapresa una credibile politica monetaria, bisognerebbe comunque aspettare la nuova negoziazione dei salari per cui gli effetti immediati si produrrebbero solo sulla disoccupazione (ovviamente aumentandola) e non sull’inflazione. Taylor, in particolare, mise in evidenza che una politica disinflazionistica dovrebbe seguire cadenze diverse: all’inizio più moderata perchè a causa dello scaglionamento delle decisioni salariali gli effetti sarebbero tutti sulla disoccupazione; successivamente più decisa in quanto le decisioni salariali incorporerebbero le aspettative create dalla politica monetaria e si otterebbe una disinflazione accompagnata da ridotto impatto sulla disoccupazione.

Chi ha ragione? l’approccio tradizionale, l’approccio di Sargent e Lucas o quello di Fisher e Taylor? Gurdando all’evidenza storica possiamo concludere che sicuramente la disinflazione produce disoccupazione ma (come riportato nella tabella di sopra) lì dove la disinflazione è stata più rapida, i sacrifice ratios sono più bassi (a supporto della tesi di Lucas e Sargent); lì dove i salari sono rinegoziati più frequentemente i sacrifice ratios risultano più bassi (a supporto della tesi di Fisher e Taylor).

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