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Le determinanti della crescita

Nel lungo periodo la crescita non è influenzata da quelle componenti di cui più volte abbiamo parlato: l’offerta di moneta e le varie misure per stimolare la domanda. Ciò che vale nel breve periodo non è determinante nel medio-lungo periodo. Inizialmente dobbiamo guardare infatti a due elementi: il capitale ed il livello dell’occupazione. Detto in maniera più formalistica:

Y=F(K,N)

Certamente una economia caratterizzata da un numero di addetti più alto produce di più. E’ pur vero però che a noi interesa l’output per worker, quanto ogni lavoratore produce. Sarà dunque necessario dividere per N ogni membro della funzione ed otterremo

Y/N=F(K/N,1)

Continuando nell’elaborazione del nostro modello che all’inizio deliberatamente ignora il macroscopico capitolo dello stato della tecnologia, dobbiamo considerare che l’aggiunta di ulteriori unità di capitale comporta un incremento di Y decrescente. Abbiamo quindi rendimenti di scala decrescenti. Il perchè è ovvio: se aggiungo un computer in un’azienda che fino a ieri ne era sprovvista avrò un determinato incremento di produttività; se vi aggiungo un secondo computer l’incremento di produttività sarà inferiore all’aggiunta dovuta al primo computer.

Il punto appena evidenziato è importantissimo perchè ci fa capire che lo stock di capitale K, da solo, non può sostenere nel lungo periodo la crescita. Quando il livello di K è già alto, ulteriori incrementi (derivanti da maggiori investimenti) produrranno un incremento di Y sempre minore (è il caso delle economie mature). Vediamo meglio come funziona il meccanismo.

Un determinato livello di output è associato ad un altro determinato livello di spesa sia pubblica che privata. Se un paese produce 100 ma utilizza di questa produzione solo il 95% avrà a disposizione ancora un 5%. Se ignoriamo i conti con l’estero e quindi ipotizziamo una economia chiusa questo 5% corrisponderà alla somma tra risparmio privato e pubblico.

S= Y-C+(T-G)

Supponiamo ora che non vi sia disavanzo fiscale per cui

T-G=0

avremo che

S=Y-C

Siccome il livello degli investimenti corrispondono al livello del risparmio (almeno inizialmente per non complicare lo schema)

I=S

La propensione al risparmio non dipende dal livello del reddito

S=sY

e

I=sY

E’ molto importante a questo punto inserire gli indici temporali in quanto stiamo parlando di fenomeni di natura diversa: il capitale K è uno stock mentre gli investimenti I sono dei flussi.

It=sYt

Il livello degli investimenti (che poi si traducono in capitale) cresce al crescere di Y.

Chiediamoci ora di quanto cresce K al crescere di Y. Il capitale infatti è soggetto a usura (le macchine industriali ad esempio si logorano e rendono di meno) e indicheremo tale deprezzamento con la lettera greca δ (delta).

Kt+1=(1-δ)Kt+It

Il capitale al tempo t+1 è pari al capitale del periodo precedente al netto della svalutazione più il flusso degli investimenti realizzati. Siccome ci interessa (come sottolineato all’inizio) in capitale per addetto, scriveremo

ed infine svolgendo semplici passaggi algebrici avremo che

La variazione dello stock di capitale per addetto da un periodo all’altro è uguale alla quota di nuovi investimenti per addetto meno il deprezzamento del capitale al tempo t sempre per addetto.

Abbiamo dimostrato dunque che partendo da un determinato livello di produzione si otterrà un determinato livello di risparmio. Il consegunte livello di investimenti determinerà il nuovo stock di capitale al quale però dovrà sottrarsi quanto usurato e perso (deprezzamento) nel periodo precedente.

La disinflazione

Nel medio periodo l’inflazione è un fenomeno esclusivamente monetario come abbiamo visto qui t=gmt-gyt): se lo stock reale di moneta aumenta più dell’output ne deriverà inflazione. Consideriamo ad es. il caso della Gran Bretagna che, sotto il governo della signora Thatcher, ridusse il tasso di inflaizone dal 19,1% del 1980 al 5,8% del 1985 mentre la crescita della base monetaria passò nel periodo 1979-1981 dal 12,1% al 2,6%: si trattò evidentemente di una cura draconiana e ci furono delle ovvie conseguenze in termini di disoccupazione.

La relazione di Phillips infatti evidenzia come esista un trade-off tra inflazione e disoccupazione:

πt– πt-1=-α(utun)

l’inflazione può scendere (disinflazione) solo a costo di una disoccupazione superiore al suo tasso naturale. Vi è però un’ implicazione ulteriore: non gioca nessun ruolo infatti la velocità del processo di disinflaizone. Esso potrà durare 1, 2 o 10 anni ma la quantità di disoccupazione derivata sarà sempre la stessa, ne cambierà di conseguenza solo la concentrazione in archi temporali diversi.

Appare evidente però che l’impatto sul livello di output è direttamente proporzionale alla deviazione della disoccupazione dal suo tasso naturale e questo per la nota legge di Okun

ut-ut-1=-β(gyt-g*y)

Ecco che quindi il processo disinflattivo va gestito con perizia in quanto presenta forti effetti collaterali.

Se definiamo, con espressione anglosassone, sacrifice ratio il rapporto tra eccesso di disoccupazione cumulata e riduzione dell’inflazione per un determinato periodo, possiamo ottenere un indice che ictu oculi ci dà una dimensione  della sacrificio che uno Paese debba sopportare per ridurre l’inflazione. Riportiamo una tabella come al solito presa da Blanchard (Macroeconomics, 2010 pag. 222)

sacr rato

Guardando il sacrifice ratio dell’ultima colonna notiamo come la performance della Gran Bretagna, considerata globalmente, quindi anche con la disoccupazione, non risulti essere proprio tra le più brillanti soprattutto se confrontata con quella di economie molto diverse come USA e Giappone.

Non sono mancati però economisti che hanno criticato il tradizionale trade off tra disoccupazione e inflazione. Robert Lucas e Thomas Sargent dell’Università di Chicago, in quella che è ormai conosciuta sotto il nome di “la critica di Lucas”, sostennero che la curva di Phillips presupponeva erroneamente l’eguaglianza tra inflazione attesa e precedente: πett-1. Per quale motivo invece i wage setters, i sindacati, coloro che stabiliscono i salari, non dovrebbero tener conto delle azioni di politica economica? Se ad es. πet fosse minore di πt-1 perchè la banca centrale sta ponendo in essere una credibile azione di contenimento della crescita di base monetaria, allora si potrebbe avere disinflazione senza aumento del tasso di disoccupazione.

Lucas e Sargent noncredevano in realtà che non si sarebbe in assoluto prodotta disoccupazione ma volevano rimarcare come una credibile politica monetaria (cioè sostenuta dalla fiducia circa gli impegni presi dall’autorità di politica monetaria) potesse aiutare nel processo di disinflazione limitando di molto l’incremento disoccupazionale.

Non erano della stessa opinione Stanley Fisher e John Taylor, rispettivamente della MIT e della Columbia University che facendo leva sulle rigidità nominali nella determinazione dei salari, evidenziavano un meccanismo che, anche in presenza di politica monetaria restrittiva, non comportava una diretta riduzione dell’inflazione.

Infatti i salari sono negoziati non di continuo ma ogni x periodi. Quand’anche venisse intrapresa una credibile politica monetaria, bisognerebbe comunque aspettare la nuova negoziazione dei salari per cui gli effetti immediati si produrrebbero solo sulla disoccupazione (ovviamente aumentandola) e non sull’inflazione. Taylor, in particolare, mise in evidenza che una politica disinflazionistica dovrebbe seguire cadenze diverse: all’inizio più moderata perchè a causa dello scaglionamento delle decisioni salariali gli effetti sarebbero tutti sulla disoccupazione; successivamente più decisa in quanto le decisioni salariali incorporerebbero le aspettative create dalla politica monetaria e si otterebbe una disinflazione accompagnata da ridotto impatto sulla disoccupazione.

Chi ha ragione? l’approccio tradizionale, l’approccio di Sargent e Lucas o quello di Fisher e Taylor? Gurdando all’evidenza storica possiamo concludere che sicuramente la disinflazione produce disoccupazione ma (come riportato nella tabella di sopra) lì dove la disinflazione è stata più rapida, i sacrifice ratios sono più bassi (a supporto della tesi di Lucas e Sargent); lì dove i salari sono rinegoziati più frequentemente i sacrifice ratios risultano più bassi (a supporto della tesi di Fisher e Taylor).

Gli effetti della crescita della massa monetaria

L’aumento della massa monetaria ha conseguenze differenti se si consideri il breve periodo o il medio periodo.

Consideriamo ad es. una politica monetaria espansiva, che comporti quindi una immissione di moneta nel sistema. Nel breve periodo si avrà un aumento della domanda aggregata. Si consideri infatti la relazione

   il livello di putput Y dipende dall’offerta reale di moneta M/P, dalla spesa pubblica G e dal livello della tassazione T.

Consideriamo ora solo l’aspetto monetario e quindi isoliamo

dove γ è un parametro positivo. Il livello di produzione dipenderà quindi dallo stock reale di moneta. Il motivo per cui un aumento di M/P determini un aumento di Y lo si capisce ricordando lo schema IS-LM: se aumenta M/P si abbassa il tasso d’interesse che comporta una maggiore domanda di beni.

Ora vogliamo passare da questa relazione statica al tasso di crescita delle predette componenti: il tasso di crescita dell’output gyt, il tasso di crescita della moneta nominale gmt, e il tasso di crescita dei prezzi, o inflazione πt.

gyt=gmtt

Perchè si abbia, nel breve periodo, una crescita della produzione, è necessario che la massa monetaria aumenti in misura maggiore dell’inflazione altrimenti il risultato sarà opposto.

Cosa succederà invece nel medio periodo?

Qui dobbiamo tenere presente altre importanti relazioni

ut-ut-1=-β(gyt-g*y) legge di Okun (v. qui) secondo la quale la variazione del tasso di disoccupazione dipende dalla deviazione del tasso di crescita da quello ritenuto normale.

πt– πt-1=-α(utun) curva di Phillips (v. qui e qui) secondo la quale la variazione del tasso di inflazione dipende dalla devizione del tasso di disoccupazione da quello naturale).

gyt=gmtt             domanda aggregata

Se il primo effetto dell’incremento di M è un aumento di Y, vediamo che per effetto della legge di Okun si avrà una riduzione della disoccupazione; la riduzione della disoccupazione, attraverso la relazione di Phillips, comporterà un aumento dell’inflazione; un aumento dell’inflazione, attraverso la relazione della domanda aggregata comporterà una riduzione del tasso di crescita dell’output.

Nel medio termine quindi lo stimolo offerto dall’aumento dell’offerta di moneta si esaurisce comportando il ritorno sia di gmt si di gyt al livello precedente, ovvero al livello naturale. Infatti sappiamo che una economia tende nel medio periodo a stabilizzare le proprie variabili fondamentali (disoccupazione, tasso di crescita dell’output ed anche l’offerta reale di moneta) su valori per così dire, normali, valori che gli elementi strutturali dell’economia (apertura al mercato , concorrenza …) permettono.

L’unica variabile che subisce variazioni nel medio periodo in conseguenza di uno stimolo monetario è l’inflazione e lo possiamo vedere facilmente riorganizzando l’equazione della domanda aggregata:

πt=gmt-gyt

Il significato è facilmente intuibile. L’inflazione rimane invariata solamente se il tasso di crescita della massa monetaria è uguale al tasso di crescita della produzione. Se aumenta l’output infatti aumentano le transazioni e ci sarà bisogno di più moneta. Se però gm cresce più di gy allora l’inflazione aumenterà. Chiameremo questo fenomeno crescita aggiustata dello stock nominale di moneta e preciseremo che nel medio periodo esso determina il tasso di inflazione. Abbiamo rilevato dunque una cosa molto importante e cioè che nel medio periodo non è più la relazione di Phillips a descrivere l’andamento dell’inflazione; dobbiamo invece avere riguardo agli aspetti monetari.

C’è un ulteriore aspetto che dobbiamo considerare: il tasso d’interesse.

Dalla equazione della IS ci rendiamo subito conto di una cosa:

Yn=C(Yn-T)+I(Yn,r)+G

esiste un solo valore di r tale da soddisfare l’eguaglianza. Se nel medio periodo la produzione si stabilizza al suo livello naturale, significa che quest’unico valore di r -ovvero del tasso reale d’interesse- sarà un tasso naturale reale d’interesse. Esso assumerà nel medio periodo quell’unico valore possibile per soddisfare Y=Yn.

Definiamo il tasso naturale reale d’interesse come il tasso d’interesse nominale meno il tasso d’inflazione

rn=i-π

e di converso il tasso mominale d’interesse

i=rn+π

se ipotizziamo una crescita dell’output pari a zero allora π sarà uguale a gm quindi

i=r+gm

cioè il tasso nominale d’interesse crescerà di pari passo alla crescita dello stock di moneta. L’ipotesi di Fischer, elaborata ai primi del ‘900, ci dice proprio questo: nel medio periodo l’incremento dell’inflazione comporta un pari aumento dei tassi d’interesse nominali.

La legge di Okun

In economia bisogna correre per restare fermi (così ricordo da Stiglitz, 2010)

La legge di Okun nasce dalla osservazione empirica e riguarda la relazione tra la variazione della disoccupazione e la variazione della produzione (output). Possiamo ad es. supporre che una riduzione della disoccupazione pari all’ 1% comporti un pari aumento dell’output. In questo caso reggerebbe la relazione

ut-ut-1=-gyt

vale a dire che la variazione della disoccupazione dal tempo t-1 al tempo t è uguale al negativo della crescita dell’output.

Si tratta ovviamente di una semplificazione perchè nel mondo reale interviene una moltitudine di fattori che rende estremamente diffcicile il calcolo: la produttività dei nuovi occupati, la flessibilità dell’orario di lavoro (piuttosto che assumere un imprenditore potrebbe richiedere dello straordinario) ecc. E’ possibile però svolgere un’analisi empirica ed osservare statisticamente quale variazione nel tasso di crescita del PIL (o output o produzione) sia necessario per far sì che ut-ut-1 sia pari a zero, ovvero che non vi sia aumento della disoccupazione.

Sempre riportando dal testo di macroeconomia di Blanchard (come ogni post di questo blog), guardiamo il seguente grafico reltivo agli USA

okun

Sull’asse delle odinate c’è la variazione nel tasso di disoccupazione e su quello delle ascisse la variazione dell’output. Quando ad es. l’output aumenta del 2%, il tasso di disoccupazione aumenta dello 0,4% circa. La retta raffigurata rappresenta invece la regressione lineare ovvero la retta che approssima meglio la nuvola dei punti. Come vediamo l’output deve crescere almeno del 3% ogni anno per evitare una crescita della disoccupazione.

Il fenomeno si spiega facilmente: se la popolazione aumenta dell’1,7% annuo e la produttività dell’1,3%, il PIL dovrà aumentare almeno del 3% per assorbire i due fenomeni. Se guardiamo all’equazione riportata nel grafico

ut-ut-1=-0,4(gyt-3%)

segnaliamo che 0,4 rappresenta la pendenza della retta. In sostanza un incremento del PIL dell’1% comporta una riduzione dello 0,4% nel tasso di disoccupazione.

Generalizzando possiamo scrivere

ut-ut-1=-β(gyt-g*y)

dove g*y rappresenta il tasso normale di crescita per lassciare inalerata la disoccupazione e β misura l’impatto della variazione dell’output oltre quello normale.

Insomma se cresce l’occupazione non per forza diminuisce la disoccupazione. Se delle persone che prima non erano statisticamente considerate disoccupate (ad es. perchè ancora in età scolare) vengono impiegate, costituiranno nuova occupazione ma chi era disoccupato prima tale rimane anche dopo.

Ecco perchè in economia bisogna correre per restare fermi.

Il tasso naturale di disoccupazione

Del tasso naturale di disoccupazione ne abbiamo già parlato qui ma ora cerchiamo di chiarirlo alla luce della curva di Phillips.

Nella sua formulazione originale infatti non era possibile individuare alcun punto critico nella relazione tra livello dei prezzi e disoccupazione: si metteva in luce un semplice trade-off. Se il governo volesse ottenere una minore disoccupazione dovrebbe semplicemente tollerare una maggiore inflazione ma non esisteva alcun punto critico, alcun tasso naturale di disoccupazione.

Fu sul finire degli anni ’60 che due studiosi, Milton Friedman ed Edmund Phelps, contestarono le premesse teoriche della curva di Phillips. Rilevarono che nel medio-lungo periodo non c’era alcun trade-off  tra inflazione e dispoccupazione. I fattori determinanti dell’occupazione infatti erano da individuarsi nel cosiddetto supply side, cioè dal lato dell’offerta: aspetti relativi alla produzione, aspetti istituzionali ecc. La presenza di rigidità nel mercato del lavoro (ad es. rigidità dei salari) erano proprio alla base di quel tasso di disoccupazione considerato naturale.

Cosa succede se un governo pretende di ridurre la disoccupazione accettando una maggiore inflazione? Succede che la riduzione del tasso di disoccupazione è solo temporanea perchè i salari reali tenderanno a tornare al livello precedente (i lavoratori sono interessati al complesso di beni e servizi che possono acquistare con il salario, non alla quantità nominale di moneta). E’ il disallineamento tra aspettative sull’ inflazione e inflazione effettivamente realizzata che produce quella temporanea riduzione della disoccupazione (è ovvio, se l’aumento dei salari è del 2% mentre l’inflazione effettiva è al 3%, io imprenditore ho risparmiato un 1% sui salari, ho erogato salari reali più bassi e posso quindi assumenre altri lavoratori).

Questo disallineamento preò sparisce pesto perchè le aspettative si adeguano alla realtà e i salari reali tornano ai livelli precedenti, la disoccupazione al suo livello naturale ma l’inflazione sarà più alta.

Vediamo ora la curva di Phillips espressa utilizzando il tasso naturale di disoccupazione. L’equazione dovrà mettere in risalto come il disallineamento tra aspettative di inflazione e inflazione realizzata impatti sul tasso di disoccupazione (visto come differenza tra tasso attuale e naturale)

πtet+(µ+z)-αun  (nota il pedice di u, non è più t ma n che sta per natural)

Se le asettative di inflazione sono esatte allora

πteovvero πtet=0

o=(µ+z)-αun

il tasso naturale di disoccupazione sarà

 

e la curva di Phillips assumerà la seguente definizione

πt– πt-1=-α(utun)

sarà cioè una relazione tra tasso di disoccupazione attuale e naturale e variazione del tasso di inflazione.

Il tasso naturale di disoccupazione è definito anche come NAIRU, non-accelerating inflation rate of unemployment. Si individua quindi un tasso di disoccupazione che permette di mantenere stabile il tasso di inflazione. Se la disoccupazione venisse “forzata” al di sotto di quel tasso allora automaticamente crescerebbe anche l’inflazione.

La curva di Phillips

L’economista neozelandese A.W. Phillips, studiando la relazione empirica tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione in Gran Bretagna tra il 1861  e il 1957 ricavò un dato molto importante: esisteva un trade off, una incompatibilità tra disoccupazione e inflazione. A tassi alti di disoccupazione si associava un basso tasso di inflazione; se diminuiva la disoccupazione aumentava l’inflazione.

Samuelson e Solow replicarono l’anilisi di Phillips su dati relativi agli Stati Uniti e raggiunsero le medesime conclusioni.

Il problema però cominciò negli anni ’70 quando, a seguito delle crisi petrolifere e delle mutate modalità di formazione delle aspettative sull’inflazione, la relazione inversa disoccupazione-inflazione, si spezzò. Accade infatti che ad alti tassi di disoccupazione si acconpagnavano alti tassi di inflazione (stagflazione).

La relazione individuata da Phillips doveva essere dunque riformulata, si capì infatti che l’impatto della disoccupazione non era sul tasso di inflazione sic et simpliciter ma sulla variazione del tasso d’inflazione. La formulazione algebrica ci permetterà di capire nel dettaglio il significato di questa affermazione.

Nella prima formulazione la curva di Phillips è espressa nel seguente modo:

πt=(µ+z)-αut (* v. a piè di pagina come si arriva a questa formula)

l’inflazione al tempo t dipende dal mark up, dalla variabile z (che ricomprende un insieme di elementi che in vario modo influiscono sui salari); il parametro α invece coglie l’impatto della disoccupazione sui salari (ad es. se è >1 una aumento di u comporta una riduzione di π più che proporzionale; viceversa se è <1). Una relazione di questo tipo implica che l’inflazione attesa πe sia sempre uguale a zero: l’unica variabile determinante il tasso d’inflazione infatti è il tasso di disoccupazione u.

Fino agli inizi degli anni ’60 la relazione individuata da Phillips descriveva perfettamente la realtà infatti a tassi positivi di inflazione ne seguivano spesso tassi negativi per cui era comprensibile presupporre  πe=0. Qualcosa però poi cambia come è possibile vedere dal grafico che segue relativo agli Stati Uniti:

us inflation

a partire agli anni ’60 l’inflazione diventa stabilmente positiva! E’ chiaro dunque che i cosiddetti wage-setters, coloro che determinano i salri (i sindacati ad es.), avranno aspettative diverse sull’inflazione rispetto al passato. La curva di Phillips dovrà essere aumenta per le aspettative ed assumerà questa formulazione:

posto che πe=θπt-1 (le aspettative sull’inflazione dipendono dal parametro θ moltiplicato per l’inflazione dell’anno precedente. θ ovviamente misura l’impatto che l’inflazione pregressa avrà su quella attuale)

πt=θπt-1+(µ+z)-αut

θ potrà essere pari a zero e allora ricadremo nell’ipotesi originaria di Phillips valida fino agli albori degli anni ’60.

θ potrà essere positivo ma minore di 1 e allora emerge la necessità di guardare non solo al tasso di disoccupazione ma anche all’inflazione passata.

θ potrà essere pari a 1 e allora vedremo [π-πt-1=(µ+z)-αut] che il tasso di disoccupazione incide non semplicemente sul tasso di inflazione ma sulla variazione del tasso di inflazione. Se diminuisce la disoccupazione avremo inflazione crescente; se aumenta la disoccupazione avremo inflazione decresente. L’alternativa quindi non è più tra inflazione positiva o negativa, livello dei prezzi che cresce o decresce ma tra una inflazione maggiore o minore dell’anno precedente. Questo è ciò che osserviamo dagli anni ’60 in poi.

*La funzione della curva AS è P=Pe(1+µ)F(u,z). Specifichiamo la seconda parte dell’equazione rendendola esponenziale F(u,z)=e-αu+z. Possiamo quindi riscrivere l’equazione P=Pe(1+µ)e-αu+z. Siccome vogliamo eliminare l’esponente utilizzeremo i logaritumi naturali:

logP=logPe+log(1+µ)-αu+z

L’inflazione si misura come variazione del livello dei prezzi tra il tempo t e il precedente t-1 quindi:

logP-logPt-1=logPe-logPt-1+log(1+µ)-αu+z

Poniamo π=logP-logPt-1;  πe=logPe-logPt-1 e log(1+µ)=µ perchè µ è molto piccolo. Abbiamo quindi

π=πe+(µ+z)-αu

Il modello AS-AD: l’equilibrio

Le equazioni che definiscono la curva AS e la curva AD sono le seguenti:

La posizione della curva AS dipenderà da Pe, cioè dal livello atteso dei prezzi ed è per questo che lo consideriamo costante (guardiamo quindi al breve periodo). La posizione della AD dipenderà da M,G e T, cioè da variabili relative alla politica monetaria o fiscale. Anche in questo caso le consideriamo come costanti.

Nel breve periodo il punto di intersezione tra le due curve segnerà il livello di P e Y di equilibrio.

equil as ad

Come possiamo vedere non è detto che tale livello di equilibrio coincida con il livello naturale di P e Y. Si potrà essere al di sopra (come in figura) o al di sotto di esso. Eppure il livello naturale di output e dei prezzi costituisce un punto di riferimento fondamentale. E’ infatti proprio la discrepanza tra tali lvelli naturali e i livelli (sempre output e prezzi) attuali che innesca quei movimenti dinamici che ci permettono di differenziare il breve dal medio periodo. Infatti, alla fine, se per un motivo o l’altro si verifica detta discrepanza, si innesca un meccanismo che riporta la variabile Y al livello di Yn. La curva AS infatti si sposterà verso l’alto fino ad incrociare la AD in corrispondenza di Yn. L’output ritornerà quindi al livello naturale, mentre P sarà ben più alto.

Ma che cosa è che determina valori di Y diversi da Yn? Prendiamo in considerazione tre casi: un aumento dell’offerta di moneta, un ariduzione del deficit di bilancio e un aumento del prezzo del petrolio.

  • Politica monetaria espansiva.

AD ultimo

Dalla precedente equazione capiamo subito che gli effetti immediati di una espansione monetaria consistono in un aumento di Y. Il motivo è evidente: la curva LM si sposta verso destra e diminuisce il tasso d’interesse che a sua volta stimola gli investimenti che aumentano la domanda aggregata. Il risultato sarà un aumento di Y. Per il nuovo livello di Y avremo un valore più alto di P poichè ci muoviamo lungo la curva AS e la curva AD si sposterà verso l’alto per portarsi in equilibrio.

Il nuovo equilibrio però è tutt’altro che definitivo. L’aumento dei prezzi infatti riduce il valore di M/P provocando di nuovo lo spostamento della LM ma questa volta verso l’alto, il livello di output diminuisce e si alza il tasso d’interesse. Siccome Y è ancora maggiore di Yn le aspettative sui prezzi saranno al rialzo e rimarranno tali fino al momento in cui M/P raggiungerà il valore di partenza, cioè fino a quando la massa monetaria ritornerà al valore di partenza. Allora vedremo che Y=Yn   ma P>Pn.

  • Riduzione del deficit di bilancio

L’effetto di breve periodo di una riduzione del deficit è una contrazione dell’output; nel medio periodo invece la produzione tenderà a tornare ai livelli precedenti mentre i prezzi (e il tasso d’interesse) saranno minori.

La riduzione del deficit infatti sposta la curva AD verso sinistra (infatti è la stessa curva IS che si sposta a sinistra modificando l’equilibrio con la LM); il nuovo equilibrio AS-AD comporterà Y'<Yn (output naturale) e P'<Pe (aspettative sui prezzi); i prezzi inferiori alle aspettative determineranno un ribasso delle aspettative stesse con conseguente spostamento verso il basso della AS fino a quando Y=Yn; nel medio periodo dunque l’output tornerà a livello precedente all’azione di politica fiscale ma i prezzi saranno inferiori.

A livello di curve IS-LM notiamo che l’abbassamento del livello dei prezzi determina un aumento dell’offerta reale di moneta (M/P) e ciò comporta un aumento della produzione in quanto la LM si sposta verso il basso; anche il tasso d’interesse si abbassa con conseguente maggiore convenienza degli investimenti; man mano Y ritorna al valore di Yn.

Abbiamo rilevato un aspetto molto interessante: nel medio periodo la riduzione del deficit di bilancio comporta un aumento degli investimenti  (SENZA ALZARE LE TASSE). Se infatti prendiamo l’equazione Y=C(Y-T)+I(Y,i)+G, notiamo che C rimane inalterato, G diminuisce, di conseguenza dovrà essere necessariamente I ad aumentare per compensare la riduzione di G.

  • Aumento del prezzo del petrolio

Intuitivamente un aumento del prezzo del greggio comporta un generalizzato aumento dei prezzi. Il petrolio è fondamentale per produrre energia e l’energia è necessaria per produrre qualsiasi bene o servizio. Cerchiamo di capire meglio cosa succede utilizzando le nostre formalizzazioni.

Per semplificare includiamo l’aumento del prezzo del petrolio in una delle variabili che abbiamo già considerato: il mark up µ. Infatti se aumentano i costi di produzione, fermi restando i salari, avremo un aumento del mark up (anche se poi, di fatto, tale incremento non finisce nelle tasche dell’imprenditore).

oil price

Dato che P=W(1+µ) (lo potete leggere qui)  l’aumento dei prezzi fa spostare verso l’alto la curva AS; l’output diminuisce da Yn aY’n (ed infatti il tasso naturale di disoccupazione è pari a 1/(1+µ) come è possibile leggere qui); l’equilibrio man mano si sposta verso Y’ dove abbiamo l’intersezione con la curva AD. Qui già il livello dei prezzi si è alzato ma passando dal breve al medio periodo Y tenderà a ritornare al suo nuovo livello naturale Y’n e qui il livello dei prezzi sarà ancora maggiore. E’ molto interessante quindi notare che P aumenta nonostante W resti invariato e che l’output naturale Y’n retroceda rispetto a Yn.

La dinamica appena riportata è risultata molto appropriata dagli anni ’70 in poi. Oggi però inizia a scricchiolare un po’ nel senso che l’innalzamento del prezzo del petrolio (oltre 180$ al barile nel luglio 2008) non ha scatenato fenomeni inflattici come in passato.